Rosita Pecorelli

“La sera del 20 marzo 1979, un primo colpo gli viene sparato in pieno viso. In bocca. Una bocca da chiudere. Una penna da fermare. Subito dopo, tre proiettili trapassano la sua giacca, bucano il maglioncino di cachemire, la camicia e la sua schiena. E sporcano di sangue anche il portafoglio. È morto così Mino Pecorelli, dopo aver guardato in faccia il suo assassino”.

crime scene pecorelli

Così Raffaella Fanelli descrive l’efferato omicidio del direttore di OP, in via Orazio a Roma. A distanza di 41 anni quella mano omicida non ha ancora un nome, come non hanno un nome i mandanti, nè la giustizia ha rintracciato il movente.

Ne “La strage continua” (dallo strillo centrale di una copertina abbozzata e mai pubblicata rinvenuta nell’auto della vittima), la giornalista delinea le dinamiche che si svilupparono tra i vari attori, protagonisti, comprimari e comparse e ridisegna il quadro del grande gioco che si dispiegò prima, durante e dopo l’omicidio, svelando importanti fatti inediti che hanno portato all’apertura di una nuova indagine.

Ma soprattutto Fanelli fa emergere prepotentemente il Mino Pecorelli coraggioso giornalista d’inchiesta, abbattendo (speriamo definitivamente) quel bunker omertoso e maldicente che l’ha voluto per decenni “ricattatore”.

la strage continua

Il volume, edito da Ponte delle Grazie e in uscita oggi, 8 ottobre, porta la prefazione di Rosita Pecorelli, sorella del fondatore di OP.

“Sono contentissima del lavoro che ha fatto Raffaella, perchè non c’è solo interesse giornalistico ma amore. Come se fosse una sorella di Mino. Io ce l’ho nel cuore, perchè ha rischiato tanto in salute e in fatica. Io adoro mio fratello, ho combattuto per lui sempre, mi sono dedicata a lui sempre, ho seguito il processo di Perugia e ho avuto scontri con la stampa, ma non ho mai avuto successo: Mino era stato bollato. Sono passati 40 anni, ma ho ancora forza e spero che questa uscita muova qualcosa, che ci aiuti ad andare avanti”.

Un risultato è già arrivato, cioè l’apertura di una nuova indagine (dopo il rinvenimento da parte di Fanelli di un verbale, in un cartella dedicata al caso Moro, delle dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra al giudice Guido Salvini)

“Sì, ma la pandemia ha di nuovo ritardato tutto… L’importante, comunque, è che qualcosa si sia mosso e speriamo che questa volta quelche cosa possa emergere. Io voglio che venga fuori il Mino vero, il Mino onesto: “ricattatore” non mi sta bene. Lui era un ricattatore della notizia. Spero che questo processo riprenda, che facciano le cose che devono fare, come la comparazione fotografica sull’arma “sparita”, ma non mi pare che abbiano fretta… Sono già passati due anni e non ho novità, nonostante le richieste degli avvocati che ci stanno seguendo”.

Un’importante novità è la costituzione a parte offesa da parte della Federazione nazionale della stampa italiana in questo nuovo procedimento.

“Questa è stata la più grande emozione che ho avuto. Lo dico sinceramente. Era giusto che lo facessero, ma fino ad ora non era ancora avvenuto. Sono stata personalmente con Raffaella da presidente Giuseppe Giulietti e spero che con il loro aiuto si arrivi finalmente ad una verità giudiziaria sull’omicidio di mio fratello”.

Nel corso del lavoro di inchiesta svolto da Fanelli, durato due anni, la collega ha anche ricevuto a casa una busta con un proiettile. Nel parla lei stessa nel libro, citando la conversazione avuta con Maurizio Abbatino, “Il Freddo” della banda della Magliana da lei raccontato nel suo libro precedente. E’ successo qualcosa di simile anche a lei?

“Non ne vorrei parlare”.

Gliel’ho chiesto perchè lei non sta indagando da un paio d’anni, ma da 40… All’indomani dell’omicidio ha cominciato a ricostruire i movimenti del fratello, arrivando subito a chiedere spiegazioni a Vincenzo Cafari. Così riporta Fanelli, a proposito del vostro incontro: “Cafari era un assicuratore calabrese molto vicino all’onorevole Carenini, il presidente della Norditalia Assicurazioni, e stava quasi sempre lì. Fu l’unico a minacciarmi verbalmente, dicendomi: “Lei parla troppo””. Cosa ricorda dell’episodio?

“Sì, ha negato di avere incontrato mio fratello (ndr: Raffaella Fanelli è l’unica ad averlo intervistato, nel libro), ha mentito. E’ venuto a minacciarmi in ufficio, dicendo che lui andava alla partita con mio fratello, che erano amici. “Ma lei si sta esponendo troppo… Ma io se fossi in lei starei più attenta” mi disse. Oltre tutto Cafari era un assicuratore e io lavoravo nelle assicurazioni. Ma come può negare di averlo incontrato?”.

Golpe Borghese

L’inchiesta di Fanelli dirada la nebbia sui “troppi moventi” per uccidere suo fratello. Emerge dalle decine di migliaia di pagine di decine di atti, indagini e processi: Pecorelli stava cercando di portare alla luce il legame tra eversione nera, massoneria P2 e criminalità organizzata. Nel famoso “malloppone”, ben descritto nel libro, Licio Gelli assume ruolo di protagonista nel Golpe Borghese (nella foto), a un anno dalla strage di Piazza Fontana. E, nei giorni precendenti al delitto, c’era un esponente della banda della Magliana sotto la sede di OP…

“Sì, mio fratello stava insistendo molto su massoneria, Gelli, le lettere di Moro. Quel maledetto giorno ci lasciammo alle 15 e 30, lui alle 17 avrebbe dovuto vedere una persona importantissima… Non sappiamo ancora chi. Venne fuori il nome “Antonio”… Chiesi a Labruna (ndr: l’agente segreto protagonista del “malloppone”), ma ha negato di averlo visto. So che era seguito già da molto tempo da esponenti della banda della Magliana, che sapevano tutto dei nostri movimenti”.

Molti dei protagonisti di questo oscuro capitolo della Storia del nostro Paese sono morti. Cosa si aspetta dopo l’uscita di questo libro?

“Raffaella ha lavorato tantissimo, tenendomi aggiornata sul suo lavoro. Lei crede nella figura di Mino come giornalista, serio, con fonti eccezionali, e si è innamorata del personaggio. Ci è andata a fondo in una maniera incredibile. Io sono sicura che il libro avrà un successo enorme e ci aiuterà nella ricerca della verità. Giustizia non l’abbiamo avuta ma pensiamo possa essere ancora fatta. E non solo giudiziaria, sa? Anche sulla persona di mio fratello. Io non ho mai querelato nessun giornalista per aver detto che Mino era un “ricattatore”, come lo avevano definito Gelli, il generale Gian Adelio Maletti e Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari Riservati. Non ho mai querelato perchè nel confronto diretto costoro erano sfuggenti. Sfuggenti, ma continuano a infierire. Ed è ora di mettere fine a questo. Ho tanta speranza”.

Puoi trovare il libro qui

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