“E’ stato un genocidio”.

Così scriveva Tina Merlin all’indomani della strage del Vajont, dove persero la vita 1917 persone. Era il 9 ottobre 1963. Merlin sull’Unità aveva denunciato da tempo il rischio di una catastrofe, tanto che lei e la testata furono processati (e assolti) con l’accusa di diffondere notizie false e tendenziose in grado di turbare l’ordine pubblico. Indro Montanelli e Giorgio Bocca l’avevano stigmatizzata come “sciacalla politica”, per molti era la “Cassandra del Vajont”.

Tina Merlin contava poco perché era una donna e, in quel tempo, la cupola informativa italiana era tutta maschile; non era un’invita speciale, ma una corrispondente locale; infine scriveva per il giornale di un partito scomodo all’epoca, il Pci.

Verso di lei ci fu un atteggiamento discriminatorio di genere, di rango professionale e di tipo politico, ma fu l’unica giornalista ad essere accettata ed amata dai sopravvissuti del Vajont che cacciavano con le pietre gli altri inviati della stampa.

A lei questa testata è dedicata. 

Questo l’articolo uscito su L’Unità del 11 ottobre.

articolo Tina Merlin

È stato un genocidio. Lo gridano i pochi sopravvissuti, resi folli dal terrore della valanga d’acqua e dalla disperazione di trovarsi soli e impotenti a superare una realtà tragica, fatta oramai di nulla, o meglio fatta di sassi e melma amalgamati dal sangue dei loro cari. Una realtà che ha sconvolto all’improvviso la fisionomia di intieri paesi, ma che era purtroppo prevedibile da anni, da quando ancora all’inizio dei lavori del grande invaso idroelettrico del Vajont i tecnici sapevano di costruire su terreno argilloso e franabile, che perciò potevano portare alla catastrofe.

Genocidio quindi, da gridare ad alta voce a tutti, affinché il grido scuota le coscienze del popolo e il popolo, la cui pelle non conta mai niente di fronte ai dividenti dei padroni del vapore, spazzi via alfine con un’ondata di collera e di sdegno chi gioca impunemente, a sangue freddo, con la vita di migliaia di creature umane, allo scopo di accrescere i propri profitti e il proprio potere.

Che qualcuno, se ne ha il coraggio, mi smentisca in questo momento. Io assumo la responsabilità di quanto dico; i colpevoli si assumano la responsabilità di quanto hanno fatto. E la giustizia giudichi.

Affermo che si sono responsabilità morali e materiali. Ho seguito la vicenda dell’invaso del Vajont con passione non solo da giornalista, ma di figlia di questo popolo contadino e montanaro che si ribella alla retorica delle «virtù tradizionali» che mal nasconde il cinismo dello sfruttamento più spietato. Con questo cuore ho seguito tutte le vicissitudini, le resistenze, le paure dei montanari di Erto contro la «Sade», non per impedirle di costruire il grande bacino idroelettrico del Vajont, ma per impedire di compiere un delitto. L’intuito e l’esperienza di quei montanari, confortati peraltro da pareri di grandi geologi, indicavano la Valle del Vajont non adatta a reggere la pressione di 160 milioni di metri-cubi d’acqua. La realtà ha dimostrato la ragione dei montanari, non quella dei tecnici della «Sade».

La società elettrica sapeva che le pareti dell’invaso erano formate dal terreno di una enorme frana caduta centinaia di anni fa, sulla quale è sorto in seguito il paese di Erto. Sapeva che il Monte Toc era esso stesso parte di quella frana e che era prevedibile che l’acqua immessa nel bacino dovesse erodere piano piano il sottosuolo e provocare disastri. Quattro anni fa, quando è stata esperimentata la resistenza del bacino, grosse fenditure avevano segnato le case di S. Martino e delle altre frazioni di Erto alle pendici del Toc. Esse piano piano si estesero a ridosso del monte, facendo nascere la paura tra gli abitanti di Erto. Costoro si appellarono inutilmente ad ogni autorità possibile dando veste giuridica ad un largo comitato unitario che lottò per anni nel tentativo di opporsi alla costruzione dell’invaso, sorretto anche dall’autorevole parere tecnico del geologo prof. Gortani, contrario in pieno alla perizia del geologo della «Sade», prof. Dal Piaz. Il prof. Gortani riteneva, infatti, pazzesco costruire il bacino su un terreno tanto inadatto come quello di Erto. Il comitato inoltrò ricorsi. Organizzò petizioni e pubbliche proteste. Interessò autorità governative e amministratori locali. Presso qualcuna di queste autorità la voce del comitato venne accolta. Il Consiglio provinciale, in data 15 febbraio 1961, votava all’unanimità un ordine del giorno per chiedere la revoca di ogni concessione alla «Sade» per inadempienze di legge. In esso si faceva preciso riferimento alla situazione del Vajont chiedendo l’approntamento tempestivo di tutte le misure di sicurezza per garantire la incolumità di quelle popolazioni. Fu una presa di posizione che restò senza risposta. Cosa sarebbe successo se il monte fosse franato nel lago al massimo della sua capienza?

Io mi feci portavoce di quei montanari e scrissi per «l’Unità» un articolo, indicando quello che sarebbe potuto accadere e che oggi è accaduto così come esattamente lo avevo descritto. La pubblica autorità mi accusò di propagare notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. L’autorità giudiziaria mi incriminò di reato, senza peraltro recarsi sul posto per accertare la verità. Venni processato a Milano assieme al direttore responsabile dell’«Unità».

A Milano si offersero generosamente di venire a testimoniare tanti abitanti di Erto che mi ebbero vicina nelle loro proteste, nelle loro pubbliche manifestazioni, nel sostenere la lotta; cosa che non fecero tanti parlamentari governativi e non governativi di allora, malgrado fossero stati ufficialmente invitati ad intervenire dalla popolazione. Io e il compagno onorevole Bettiol, che rappresentavamo il Partito comunista, fummo solo e sempre gli unici a sostenere attivamente le ragioni dei montanari di Erto. Essi mi difesero energicamente davanti ai giudici del Tribunale di Milano e dimostrarono, con prove e testimonianze, non solo che io avevo scritto la verità, ma che tutto il paese si trovava in pericolo e che, assieme ad Erto, anche i paesi del Longaronese correvano rischi.

I giudici mi assolsero, ma le autorità che dovevano tener conto dei fatti e impedire un possibile massacro, diedero invece via libera alla «Sade» per i suoi esperimenti criminosi. Fatti, oltretutto, con i miliardi del popolo italiano, i tanti miliardi che il governo diede alla «Sade» a fondo perduto per la costruzione del lago artificiale e che, magari, ora stanno al sicuro oltre frontiera. Miliardi rubati al popolo, col consenso delle autorità di governo. Quelle stessa autorità che gestendo oggi gli impianti idroelettrici, e sapendo che da circa un mese la situazione del Vajont peggiorava, non hanno provveduto a scongiurare la immane sciagura che si è abbattuta stanotte sul Bellunese, creando un cimitero su una vasta zona popolata.

Sto scrivendo queste righe col cuore stretto dai rimorsi per non aver fatto di più per indurre il popolo di queste terre a ribellarsi alla minaccia mortale che ora è diventata una tragica realtà. Oggi tuttavia non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa.

Tina merlin

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