infermiere covid

Poi, il nemico è entrato in casa.

Tutto sembra essere cominciato per caso, come quando un uragano preannuncia il suo arrivo, ma sembrava qualcosa di lontano, gestibile, dominabile, invece si è presentato silente, furtivo, anonimamente banale. È iniziata la lotta, trovandosi al fronte senza avere una meta da seguire, una battaglia da affrontare contro qualcosa di materiale.
Le sue vittime sono arrivate prima lentamente, in maniera sparuta, poi come un’orda che si è presentata alle porte del soccorso, come profughi che scappano da una ordigno invisibile che lascia traccia eteree, venefiche che nessuno può materializzare, contro cui lanciarsi all’assalto. La disperazione è dilagata in chi arrivava sconvolto, confuso, cercando solo aiuto.
Ci siamo ritrovato in guerra, una guerra fatta di silenzi, scelte dure, fatiche inimmaginabili che divenivano fardelli insopportabili che comunque bisognava affrontare e trascinare. Poco tempo per riflettere, nemmeno per aver paura, ma solo lo sgomento di dover fare tutto ciò che le forze fisiche e mentali consentivano.

In ospedale

Farmaci, sguardi smarriti, il senso del dovere, tutto si mescolava in qualcosa di surreale. Ci si parlava senza pronunciare una sola parola. Arrivare in ospedale, con il sentore che il nemico ti circondava e dovevi solo lottare, cercare di lenire il suo dolore, la sua voglia di morte.
In quel marasma ognuno ha svolto prima la sua battaglia interiore, poi, nelle corsie, nelle terapie intensive, al suono delle pompe che inoculavano farmaci, della ricerca di soluzione, della misurazione dei parametri, nella preparazione di farmaci che dovevano per forza, nella speranza, fare qualcosa, ottenere un risultato, per quell’uomo, quella donna che con la sua storia anonima ti stava avanti, incosciente, legato ad una macchina che gli permetteva di essere in vita.

Verso casa

Il terribile suono di quelle strumentazioni che ti portavi dietro lungo il tragitto verso casa, pensando già a quello che ti aspettava il giorno dopo. Il deserto introno, nessuno per strada, mentre tu, come gli altri professionisti come te, cercavi di metabolizzare l’irrealtà che per ore in quell’ospedale ti aveva circondato, inondato. Il volto di quella donna, che quella notte si è risvegliata. Il volto di quell’uomo arrivato in condizioni disperate da un luogo lontano.
Aver conversato con la morte senza saperlo. Una favola gotica che invece era una terribile realtà che ti seguiva passo passo. Pensare dove e quando erano stati commessi errori, ma era troppo tempo sprecato, perché bisognava lottare a basta.
Le telefonate, quelle terribili telefonate dei parenti, che cercavano di capire, sapere, le risposte tristi, terribili da dover dare lungo quel filo che connetteva un mondo di sofferenza ad una dimora. Chi c’era dietro quel telefono? Ma non si poteva perdere tempo a riflettere, bisognava solo lottare. Scambiarsi gli sguardi con i colleghi, medici e infermieri, senza dirsi troppo, perché bastava il linguaggio del corpo, oltre quelle visiere, quelle mascherine, quei camici, quei doppi guanti da cambiare ogni volta, ogni momento, come un rituale che non ammetteva errori.

“Sei positivo”

Non era un lavoro, una missione, semplicemente una battaglia che si materializzava sotto i propri occhi, tra vita e morte. Lo stress, la rabbia, il nervosismo da sopire, reprimere, altro nemico in quel frangente terribile, mentre fuori c’era il silenzio, per strada il vuoto. Poi, il nemico è entrato in casa, dentro di me. Come un incubo che maleficamente si materializza. Ti lascia stupefatto e non hai nemmeno il tempo di avere paura.
Quella telefonata, che ti annuncia che sei positivo, le notti insonni a misurare i propri parametri vitali, come facevi per quelli che distesi in un letto e non conoscevi se non soltanto per un nome su un braccialetto. L’attesa, cercando di ritrovare quelle forze che invece ti abbandonano lentamente, inesorabilmente, facendoti diventare altro. Il respiro che manca, le forze che vanno via, ti ritrovi solo in un oceano che non conosci, che fai finta di non conoscere.
L’uragano della fragilità che t’investe. Quel mattino che non potrò mai dimenticare, quando solo, nella propria auto mi sono recato verso il pronto soccorso, lungo una strada deserta. Parcheggiare, trovare la forza di arrivare a piedi all’accettazione, sentendo che ti manca il respiro, ma dici a te stesso che non devi suggestionarti.

Oltre la barricata

Trovarsi di colpo oltre la barricata, dalla parte di coloro che hanno vissuto lo sgomento della malattia, ma peggio per te, perché tusai invece di cosa si tratta. Conosci bene il nemico invisibile che non ha regole, che nessuno sa veramente come sconfiggere. Attendere… Come hanno fatto gli altri e ossservi quel padre con il figlio che aspettano come te, colpiti dallo stesso venefico virus.
Ti chiamano per la lastra, la famosa radiografia e sperare che sia altro e invece, leggi nello sguardo degli altri, che sei finito definitivamente, dall’altra parte della trincea. L’attesa di sapere cosa sarà di te, essere soli, lontano da tutti. La malattia che hai sempre combattuto per gli altri, devi combatterla per te stesso e cerchi di essere come sei sempre stato con gli altri. Confortare te stesso, spendere una buona parola per te stesso.
La dottoressa che vestita come un astronauta venuta da un pianeta lontano, ti annuncia che devi essere trasferito in un altro ospedale perché il male ti ha aggredito beffandosi delle tue attenzioni.
Il crollo, perché sai di essere semplicemente umano.
L’attesa in una camera isolata, chi ti conosce, che cerca di darti conforto, chi ti stringe la mano offrendosi di accompagnarti in ambulanza.
L’abbraccio di quella giovane collega che ti sorride con lo splendore dei suoi occhi, che si perdono nello smarrimento dei tuoi.

E ancora in ospedale

Poi la notizia che resterai nello stesso ospedale dove lavori, perché un collega che forse, ha avuto più paura di te, della tuia sorte, ha chiesto, a cercato una risposta. Fare il percorso su quella barella, mentre il respiro ti viene meno ma fai finta che non sia così, per conservare quello strano concetto di dignità, perché sei fatto così e perché sei un infermiere che fino a qualche giorno prima cercava come tanti altri, ti strappare al dolore gli altri. Il ricordo di aver curato chi conoscevi a lavoro, che hai ritrovato intubato, disteso in un letto e non riuscivi a realizzare potesse essere vero.
La degenza, l’isolamento, lo sguardo dei medici che conosci e su cui leggevi la preoccupazione. Poi, quella strana inspiegabile terza notte di degenza, in cui prono per ore, ti sei svegliato e hai detto che dovevi vincere la battaglia se non la guerra. Dire a se stessi che la vita è un gioco d’azzardo e bisognava giocare d’azzardo, ingurgitando quei farmaci che potevano e dovevano aiutarti nella lotta.
Alzarsi quella mattina, senza forze, smagrito, con poca fiato da modulare con calma. Assolvere a quelle normali funzioni che diventavano una prova vitale, come lavarsi, guardarsi allo specchio, guardarsi e sapere che in quel momento sei da solo, come lo erano gli altri. Il rispetto per quelli che venivano a prendersi cura di te, perché sapevi cosa significa stare dall’altra parte.

La fine della battaglia e il ritorno in trincea

Farcela, uscire con impazienza dall’ospedale, tornare a casa da solo in auto, lungo la strada deserta. È stata dura e tu, sei stato fortunato. Una battaglia che non ha conosciuto regole. Oggi, il nemico è ancora alle porte, come si diceva un tempo e non comprendi, come certe persone non possano capire, ammettere che questo nemico sia ancora presente. Vivono di percezioni diverse, di incredulità sopita.
Sei tornato come gli altri a fare ciò che facevi prima, reprimendo le tue paure, esorcizzandole, raccontando ciò che hai vissuto, ma spesso taci, perché temi che gli altri non possano capirti, se non coloro che hanno vissuto come te quella favola gotica.
Ammiro i miei colleghi infermieri, i medici che non hanno chiuso gli occhi davanti quella belava famelica invisibile. Li ammiro perché erano uomini e donne che oltre a combattere, tornavano verso casa verso le loro famiglie e fare ciò che apparentemente, poteva salvare quella normalità quotidiana che cerca di donarci un certo equilibrio.
È stata dura, inverosimile, umanamente vera.
Non siamo stati retoricamente eroi, perché gli eroi finiscono sui fumetti, noi chissà se finiremo in qualche libro di storia in futuro, come quelli che hanno cercato banalmente, di fare il proprio dovere.
Qualcuno, come me tanti, hanno avuto l’onere non glorioso di dover vivere anche dall’altra parte della staccionata.

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