di Raffaella Fanelli*

«L’ultima volta dichiarai che era molto probabile che potesse trattarsi del killer di mio marito. Adesso penso di poter dire che non solo è molto probabile, ma quasi certo, che Valerio Fioravanti possa essere l’assassino di mio marito». Negli atti del processo per l’omicidio di Piersanti Mattarella c’è anche questa drammatica testimonianza. Una pagina dattiloscritta che offre l’immagine di una donna vestita di nero, seduta davanti a chi, nonostante i lucidi ricordi di una vedova, assolverà l’ex capo dei Nar.
Era la mattina del 6 gennaio 1980 e la famiglia Mattarella stava andando a messa. A Palermo piovigginava e c’era vento. Irma Chiazzese era lì, davanti all’assassino di suo marito. Lo guardò in faccia. «Aveva gli occhi di ghiaccio e una smorfia sul volto… mentre sparava».
Una dichiarazione attendibile che l’Alto commissariato antimafia riprende nella sua relazione sul delitto Mattarella, 120 pagine rimaste top secret fino al 17 gennaio 2018. Nel documento si legge: «Irma Chiazzese riscontrava nell’identikit pubblicato sul Corriere della Sera del 27 febbraio 1980 e relativo agli autori dell’omicidio di Valerio Verbano, avvenuto a Roma il 20 febbraio 1980, notevoli somiglianze con l’autore del delitto commesso ai danni del marito». Valerio Verbano era un militante di Autonomia Operaia e le indagini hanno dimostrato che stava raccogliendo un dossier sull’ambiente dell’estremismo di destra romano, il cosiddetto archivio Nar (nuclei armati rivoluzionari). Aveva 19 anni quando fu ucciso, colpito alla schiena dal proiettile di una calibro 38 esploso da uno dei tre giovani entrati nel suo appartamento, nel quartiere romano di Monte Sacro. Il commando non fu mai identificato nonostante gli identikit tracciati dai genitori, legati e imbavagliati, inermi testimoni, e dai vicini di casa.
Sempre da questa relazione emerge un’altra informazione importante: «Meritevole di approfondimenti appare anche la circostanza che nei giorni immediatamente precedenti l’omicidio Mattarella, a portarsi in Palermo fu un soggetto a nome Frigato». Che sarà stato sicuramente identificato e controllato. Perché vogliamo credere, e sperare, che questo documento, dettagliatissimo e pieno di informazioni sul delitto Mattarella, sia stato letto e riletto, esaminato e riesaminato. Così come un amico di Gilberto Cavallini che di cognome fa Frigato e che all’epoca vantava conoscenze in ambienti siciliani.
A pagina 86 c’è un altro passaggio interessante che riguarda sempre l’omicidio del giovane Valerio Verbano. Una frase che chi scrive ha immediatamente evidenziato perché collegata a un altro importante omicidio, quello del giornalista Mino Pecorelli. Un delitto rimasto irrisolto come quello di Piersanti Mattarella. Una frase che qui riporto: «(…) assumono rilievo due ulteriori circostanze, l’uso di un revolver calibro 38 (un revolver calibro 38 fu usato anche per l’omicidio di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua ucciso il 28 febbraio 1978 dai Nar) e l’abbandono sul posto di una pistola 7.65 silenziata. Il revolver calibro 38 riporta all’omicidio Mattarella. La pistola 7.65 silenziata all’omicidio di Maurizio Arnesano (il poliziotto ucciso dai Nar il 6 febbraio del 1980) e all’omicidio del 17 marzo 1979 del giornalista Mino Pecorelli (…). È allora legittimo sospettare che gli autori dell’omicidio di Valerio Verbano non siano stati individuati (né indicati) per i collegamenti da esso discendenti con altri fatti di dubbio “carattere rivoluzionario”». L’Alto commissariato quindi evidenzia la disponibilità da parte del gruppo di fuoco di Valerio Fioravanti di pistole dello stesso calibro di quella utilizzata per l’omicidio Mattarella. Oltre a una dinamica, feroce e spietata, compatibile con altre esecuzioni attribuite ai Nar e al loro capo.
Ma torniamo a quel 6 gennaio del 1980. A quell’identikit e alla testimonianza di Irma Chiazzese. Pochi minuti prima dell’agguato la moglie dell’allora presidente della Regione siciliana era sul marciapiede di via della Libertà a Palermo, sotto casa, quando incrociò lo sguardo di un «giovane poco più che ventenne, un po’ tarchiato, con un giubbotto celeste e il cappuccio calato sulla testa… aveva una strana andatura, quasi a balzi. Si infilò nel cortile del bar attiguo». Salvo ricomparire, pochi minuti dopo, accanto al finestrino anteriore della Fiat 132 guidata da Piersanti Mattarella, con in mano una pistola calibro 38. Prima cercò di aprire con forza lo sportello, senza riuscirci, poi esplose quattro colpi.
«Stringevo Piersanti e guardavo quell’auto sperando che il Signore li facesse andar via. E invece no: il complice, quello alla guida, faceva dei gestacci, proprio come se gridasse all’assassino di tornare a sparare. E lui tornò di nuovo verso di noi. Con i suoi occhi fissi sui miei, e sparò ancora».
Le indagini stabiliranno che la prima pistola si inceppò e che il giovane con il giubbotto celeste prese una seconda arma da chi lo aspettava a bordo di una 127 parcheggiata pochi metri più avanti. Una scena di morte che passò sotto gli occhi di Giovanna Saletta, la collaboratrice domestica della famiglia Mattarella, affacciata alla finestra.
L’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, fratello più giovane di Piersanti, arrivò pochi minuti dopo, e fu lui, insieme al medico Orietto Giuffré, che si trovava lì per caso, a portare, su una volante della Polizia, il presidente della Regione, al pronto soccorso di Villa Sofia. Piersanti Mattarella morì sette minuti dopo l’ingresso in quell’ospedale, senza aver mai ripreso conoscenza, colpito da sei pallottole, alla tempia, alle spalle, al petto e al fianco destro. Aveva 45 anni.
Omicidi politici
Nella relazione dell’Alto commissariato antimafia sull’omicidio dell’onorevole Piersanti Mattarella vengono riportate le testimonianze di Cristiano Fioravanti: «L’omicidio fu compiuto da mio fratello e dal Cavallini. Me ne parlò direttamente Valerio subito dopo l’omicidio di Francesco Mangiameli (dirigente siciliano di Terza Posizione ucciso dai Nar di Fioravanti un mese dopo la strage di Bologna)». Diversi i verbali in cui Cristiano punta il dito contro il fratello. Pagine con accuse nette, almeno fino al 1987. Poi, il più giovane dei fratelli Fioravanti deciderà di ritrattare avvalendosi dell’articolo 350 del codice di procedura penale che permette ai parenti stretti degli imputati di astenersi dalle deposizioni.
Giovanni Falcone era convinto che gli assassini di Mattarella fossero Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, il primo condannato in via definitiva per la strage di Bologna, l’altro già condannato all’ergastolo in primo grado per la stessa strage.
Nella sua monumentale requisitoria, il giudice Falcone indicò la pista nera come quella da seguire, individuò contatti tra Valerio Fioravanti e i “maestri” della destra eversiva, Aldo Semerari e Paolo Signorelli, considerati vicini a Licio Gelli. E mentre Falcone indagava sui Nar e sulla P2, in quel 1989, vicino alla villa del giudice, all’Addaura, qualcuno lasciò un borsone con 58 candelotti di dinamite. Erano gli anni di “Faccia da mostro”, dell’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e della scomparsa dell’agente dei servizi Emanuele Piazza. Erano gli anni che anticiparono le stragi. E per Falcone quella sull’omicidio Mattarella sarà l’ultima indagine prima di saltare in aria a Capaci. All’attentatuni che lo uccise insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta partecipò anche Pietro Rampulla, “l’artificiere”, membro di Ordine Nuovo, una delle tante organizzazioni extraparlamentari di estrema destra. Fu lui a confezionare l’ordigno collocato nel tunnel sotto l’autostrada.
Ma il connubio mafia-estrema destra emerge anche in altri fatti e in altri delitti fatti passare per “omicidi di coppola”. Dieci mesi prima di Piersanti Mattarella, il 9 marzo del 1979, la “mafia” uccise il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. Anche lui vicino alla posizione di Aldo Moro, così come Mattarella. Entrambi volevano il “compromesso storico” al Comune di Palermo. Anche Reina fu ucciso a pochi metri da casa sua, mentre era in auto con la moglie, Marina Pipitone, che riconobbe, anni dopo, nella faccia dell’ex Nar Valerio Fioravanti, l’assassino del marito: «Aveva il volto atteggiato ad un sorriso che sembrava quasi un sogghigno». Reina aveva 47 anni e tre figlie. E nessun Nar fu mai accusato del suo omicidio.
Il processo per i delitti di Michele Reina e di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo, si aprì davanti alla prima sezione della Corte D’Assise del tribunale di Palermo il 22 aprile del 1992, dodici anni dopo quella sanguinosa Epifania, e si concluse nell’aprile del 1995 con la condanna dell’intera cupola mafiosa e l’assoluzione di Fioravanti e Cavallini chiesta da Giuseppe Pignatone che all’epoca rappresentava la pubblica accusa. E che decretò l’innocenza dei Nar.
Pecorelli e Mattarella nei verbali di Cristiano Fioravanti
“Per la morte di Mino Pecorelli ho sempre avuto dubbi su mio fratello: ero convinto c’entrasse in tale omicidio oltre che in quello di un uomo politico assassinato in Sicilia che solo in un secondo momento seppi trattarsi dell’onorevole Piersanti Mattarella. Mio fratello aveva confessato numerosi omicidi ma non quei due, il che mi faceva capire che c’era qualcosa di oscuro in tali episodi che mio fratello voleva coprire e che io non intendevo svelare anche perché non ne conoscevo i retroscena”.
Fra dichiarazioni e ritrattazioni, la corte di Assise di Bologna nella sentenza del 1° luglio 1988, a pagina 1667, afferma:
“Vi sono cointeressenze processuali fra Licio Gelli e Valerio Fioravanti. Non sono in discussione, naturalmente, la responsabilità per l’omicidio di Mino Pecorelli che dovranno essere accertate in altra sede dal giudice naturale. Qui occorre semplicemente rilevare come sia provato che, per conto di Gelli, l’avvocato Maurizio Di Pietropaolo (legale di Cristiano Fioravanti ma anche di Licio Gelli, ndr) per interposta persona e anche direttamente, intervenne presso Valerio Fioravanti, per raccomandargli di tenere, in ordine alla vicenda dell’omicidio Pecorelli, un contegno processuale tale che consentisse al Gelli di stare tranquillo e, per trasmettergli, quale contropartita, le profferte d’aiuto del Gelli stesso”.
Della vicenda parlò anche Sergio Calore, il pentito ucciso a picconate nel 2010:
“L’avvocato Dipietropaolo parlava per conto di Gelli che lo aveva interpellato circa la volontà di Valerio di parlare o meno dell’omicidio Pecorelli promettendogli aiuto nell’ipotesi che mantenesse il silenzio. Valerio aveva risposto invitandoli a pensare a Cristiano. L’episodio si verificò nel corso del primo processo per l’omicidio del giudice Mario Amato nel quale Valerio era imputato”.
Ma l’omicidio di Mino Pecorelli e le picconate inferte a Sergio Calore niente hanno a che fare con l’omicidio di Piersanti Mattarella. Sono tre storie diverse. Tre delitti irrisolti.

la strage continua*Raffaella Fanelli ha scritto e collaborato con numerose testate, tra le quali la RepubblicaSette – Corriere della SeraPanoramaOggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Quarto grado Verissimo Chi l’ha visto?. Da anni svolge un lavoro d’inchiesta il cui obiettivo è raccontare i tanti misteri e le troppe ombre della nostra storia recente. Ha realizzato interviste a Salvatore Riina, Angelo Provenzano, Vincenzo Vinciguerra, Valerio Fioravanti, personaggi le cui testimonianze possono aiutarci a comprendere alcuni aspetti inconfessabili del potere e della storia italiana. Fra i suoi libri, ricordiamo Al di là di ogni ragionevole dubbio. Il racconto di via Poma (Aliberti, 2011) e Intervista a Cosa Nostra (Anordest, 2013). Nel 2018 ha pubblicato La verità del Freddo (Chiarelettere), libro-intervista all’ultimo capo in vita della Banda della Magliana, Maurizio Abbatino. La sua ultima fatica è La strage continua (Chiarelettere 2020):  l’autrice si muove fra le molte piste confuse sull’omicidio di Mino Pecorelli e non molla,anche con coraggio, quando trova una traccia. Se si vorrà, finalmente, accertare la verità, è da questa indagine che bisognerà ripartire. Perché la verità può essere scomoda, può essere nascosta, può venire negata, ma esiste. E uomini come Pecorelli, che per lei hanno datola vita, la meritano.

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