“La vittima di un incidente ha rischiato di non farcela perché il laboratorio era oberato da analisi di tamponi ed è stato difficile ottenere la priorità. Per fortuna ce l’abbiamo fatta e il ferito, appena operato d’urgenza per una grave commozione cerebrale, è riuscito ad entrare nella Terapia intensiva giusta, cioè non- covid”. Situazioni di questo genere fanno parte da mesi, da quando è iniziata la pandemia di Covid-19, della quotidianità di un’infermiera in servizio in un ospedale del Vicentino, che ha accettato di raccontare la gravità della situazione nelle strutture sanitarie, anche nei territori dove il virus non è diffuso ai livelli di altre province venete, come Verona, Padova e Treviso.

“Siamo in guerra”

“Oltre a quello dei posti letto, c’è il problema del personale, soprattutto infermieristico e oss. Da un momento all’altro lavoratori con determinate specializzazioni, si sono ritrovati catapultati nei reparti covid, e questo a discapito del servizio ordinario. Un infermiere che fa l’attrezzista in sala operatoria – spiega – non ha la stessa competenza nella gestione di una sala di terapia intensiva respiratoria. Siamo in “guerra” e facciamo di tutto ma non possiamo garantire la stessa qualità”.
La situazione lavorativa che descrive è di stress continuo: “Tutti noi, dai medici ai tecnici, stiamo lavorando a ritmi serrati, senza soluzione di continuità. Capita spesso che si creino tensioni, soprattutto quando ci sono urgenze, perché ogni reparto e ogni laboratorio è oberato. Bisogna tenere presente che quando arriva un paziente emergenziale non c’è tempo di aspettare il risultato del tampone: noi lo operiamo come presunto covid, ma poi per il ricovero è necessario avere l’esito del test. I casi in cui si perdono minuti preziosi per la sopravvivenza sono all’ordine del giorno”.

Fuori dall’ospedale

Dopo il turno in ospedale, c’è il rientro a casa, che non significa riposo: “Io sono separata e ho due figli tra le medie e le elementari. Per fortuna questa seconda ondata sembra averli colti più preparati, ma durante il lockdown, la primavera scorsa, erano ansiosi e stressati, perché percepivano questi stati d’animo in me. Non è sempre possibile nascondere tutto, purtroppo. Il disagio fisico che comporta lavorare con i dispositivi di protezione – prosegue l’infermiera vicentina – è molto pesante: le tute bianche che vedete da mesi nelle foto sono delle saune da indossare, le mascherine ffp3 sono fatte di un materiale che sulla pelle sembra feltro. La mia estetista – e si concede una battuta – è disperata e mi propone trattamenti strong per cercare di rimediare ai danni”.

I negazionisti e gli altri

“Ma non basta tutto questo – si sfoga – perché se decido di distrarmi un attimo sui social, magari postando un pensiero sulla giornata che ho appena passato, arrivano i commenti di persone che non dico neghino l’emergenza ma sicuramente la sminuiscono. Tra loro anche una mia ex collega in pensione e un esponente delle forze dell’ordine: adesso mettono in dubbio il vaccino, arrivato troppo velocemente per essere efficace. Ho tentato di spiegare che nel 2020 la scienza ha conoscenze e strumenti diversi dal secolo scorso e che sono stati azzerati tutti i rallentamenti causati da burocrazia e interessi economici, ma non so se li ho convinti”.
La conclusione dell’infermiera è amara ma non senza speranza: ” Non sono ancora ottimista ma voglio esserlo. Se mi guardo intorno, non riesco a vedere la cosiddetta luce in fondo al tunnel, ma mi fido, voglio fidarmi della “evoluzione della specie”: voglio credere che usciremo migliori da questa pandemia. Certo, leggere certi commenti sui social, come sentire alcuni discorsi tra le persone, è scoraggiante, ma so che c’è tanta gente che lavora con serietà e in silenzio. E spero che avranno la meglio”.

 

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